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martedì 22, Settembre 2026

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Cima

UNASCAbile a City Flows 2026 – Mobility for Everyone

UNASCAbile a City Flows 2026 – Mobility for Everyone

Da Matera una riflessione sul futuro della mobilità: progettare partendo dalle persone, costruire autonomia e ripensare il ruolo della formazione.

Che cosa significa oggi parlare di mobilità sostenibile? La risposta non può limitarsi alla riduzione delle emissioni, del traffico o del consumo di spazio urbano. Una mobilità è realmente sostenibile quando è anche accessibile, sicura e inclusiva, quando consente alle persone di raggiungere servizi, lavoro, formazione, relazioni e opportunità e di esercitare concretamente la propria autonomia.

È uno dei temi che hanno attraversato City Flows 2026 – Mobility for Everyone, l’appuntamento annuale promosso da Fondazione Unipolis sui temi della mobilità, svoltosi a Matera il 18 settembre. Un confronto tra istituzioni, ricerca, associazioni ed esperti italiani ed europei per riflettere sulle trasformazioni in corso e sul futuro della mobilità. Tra i partner dell’edizione 2026 anche UNASCAbile, il progetto di UNASCA dedicato alla mobilità e all’autonomia delle persone con disabilità.

La pluralità delle competenze presenti è stata uno degli elementi di maggiore interesse della giornata. Urbanistica, sicurezza stradale, progettazione inclusiva, disabilità, formazione dei conducenti e politiche pubbliche hanno offerto prospettive differenti sullo stesso tema. Tra i contributi quelli dell’urbanista Salvador Rueda, di Magda Mostafa, architetta e ricercatrice esperta di progettazione inclusiva, e di Antonio Avenoso, direttore esecutivo dell’European Transport Safety Council.

Particolarmente significativa, per il mondo della formazione alla guida, la presenza di Enrique Lorca, presidente della European Driving Schools Association (EFA), che ha portato nel confronto la dimensione europea delle autoscuole e della formazione dei conducenti. Il dibattito ha coinvolto inoltre personalità ed esperti del mondo della disabilità come Valentina Tomirotti, Barbara Centrone, Vincenzo Falabella e Francesca Sbianchi.

Da prospettive così diverse è emerso un principio comune: l’accessibilità deve entrare nella progettazione fin dall’inizio. Non può essere una correzione da introdurre dopo aver realizzato una strada, una piazza, un mezzo di trasporto o un servizio. Significa superare l’idea di progettare per un ipotetico cittadino “standard” per poi adattare ciò che esclude qualcuno, pensando invece fin dall’origine alle esigenze di tutte le persone, comprese quelle più vulnerabili.

Anche gli interventi dedicati all’Urban Intelligence e ai Gemelli Digitali hanno mostrato come dati e tecnologia possano aiutare a conoscere le città, individuare le criticità e simulare gli effetti delle decisioni. Strumenti utili non soltanto a rendere le città più efficienti, ma anche a prevenire le barriere e migliorare l’accesso alle opportunità. La tecnologia è uno strumento, il punto di partenza resta la persona.

Tra i dati sui quali si è riflettuto durante la giornata, uno in particolare pone una domanda importante: l’80% delle persone con disabilità non utilizza mai il trasporto pubblico. Un dato che invita ad andare oltre la sola accessibilità fisica dei mezzi. Molti servizi si sono dotati di pedane e altri accorgimenti tecnici, ma rendere accessibile un veicolo non significa automaticamente rendere accessibile un servizio. Occorre considerare anche fermate e percorsi, informazione, organizzazione, preparazione del personale e capacità del sistema di rispondere alle diverse esigenze delle persone.

Anche il concetto di sostenibilità, quindi, si allarga. Ridurre l’impatto ambientale della mobilità è fondamentale, ma non può essere l’unico parametro. Un sistema non è pienamente sostenibile se una parte delle persone continua a incontrare ostacoli nell’accesso al lavoro, allo studio, ai servizi o alla vita della propria comunità. La sostenibilità della mobilità non si misura soltanto nel rapporto con l’ambiente, ma anche nella capacità di non lasciare indietro nessuno.

Un esempio rende concreto questo principio. Oggi la tecnologia può consentire anche a una persona con una grave disabilità motoria di guidare un’automobile attraverso un joystick. Ma se tra quella persona e il proprio veicolo esiste un semplice gradino che non può superare autonomamente, ciò che la tecnologia ha reso possibile rischia di essere vanificato. Autonomia significa poter decidere quando uscire, raggiungere il proprio veicolo e utilizzarlo senza dipendere da qualcun altro. La catena dell’autonomia è forte quanto il suo anello più debole.

È questa la prospettiva portata da UNASCAbile nella tavola rotonda “Costruire l’autonomia: diritti, competenze e servizi per una mobilità davvero accessibile”, attraverso il contributo del referente nazionale Raffaele Moretti: partire dalla persona prima ancora che dagli strumenti e dagli adattamenti, superando una logica meramente assistenziale per creare le condizioni della maggiore autonomia possibile.

Per UNASCAbile significa costruire una rete di competenze sul territorio, capace di accompagnare la persona lungo l’intero percorso: dalla Commissione Medica Locale alla valutazione degli eventuali adattamenti, dalla formazione alla guida fino al conseguimento della patente e oltre. Autoscuole, associazioni, professionisti, aziende specializzate e istituzioni possono così collaborare, offrendo riferimenti qualificati nelle diverse fasi.

Il punto di partenza non è ciò che una persona non può fare, ma le capacità sulle quali è possibile costruire. Ogni situazione richiede ascolto, competenza e soluzioni personalizzate: un percorso costruito su misura intorno alla persona, non intorno ai suoi limiti. In questa rete l’autoscuola può essere non soltanto luogo di formazione alla guida, ma anche punto di riferimento capace di orientare e accompagnare.

La formazione assume un ruolo importante anche nel trasporto pubblico. Un autobus accessibile non è soltanto un autobus dotato di pedana. Gli operatori possono trovarsi a interagire con persone con disabilità motorie, sensoriali o con differenti esigenze legate alla neurodivergenza. Le esperienze europee presentate a Matera hanno mostrato quanto la loro preparazione possa incidere sulla reale fruibilità di un servizio. L’accessibilità è anche conoscenza, competenza, organizzazione e cultura.

Il confronto ha aperto inoltre una riflessione sul rapporto tra città e automobile. Viviamo ancora in una cultura fortemente autocentrica, mentre la progettazione urbana tende a riequilibrare lo spazio tra automobile, trasporto pubblico, pedoni, ciclabilità e luoghi destinati alla socialità. Anche il rapporto con l’auto sembra cambiare, soprattutto tra le nuove generazioni: sembrano perdere progressivamente centralità sia l’automobile come simbolo di status sia l’idea stessa del possesso, a favore di una visione più funzionale dell’auto come uno degli strumenti disponibili per muoversi.

Per le autoscuole questo cambiamento può rappresentare una nuova opportunità. Se evolve il modo di muoversi, può evolvere anche il ruolo di chi da sempre si occupa di formazione. Le competenze e la presenza capillare sul territorio possono consentire alle autoscuole di diventare sempre più un punto di riferimento per l’educazione alla mobilità, affiancando alla formazione dei conducenti una visione più ampia che comprenda sicurezza stradale, sostenibilità, accessibilità, inclusione e convivenza tra le diverse modalità di spostamento.

Cogliere questa opportunità significa partecipare alla costruzione del cambiamento, essere presenti nei luoghi in cui la mobilità futura viene studiata, discussa e progettata, portando il patrimonio di esperienza e competenze formative della categoria.

Su questo terreno, nel pomeriggio, il confronto si è spostato sulle policy. I tavoli di lavoro hanno cercato di tradurre i principi emersi in scelte concrete: PUMS, PEBA, urbanistica tattica, progettazione degli spazi, trasporto pubblico, accessibilità e formazione. Temi differenti che non possono essere affrontati per compartimenti separati, perché accessibilità, sicurezza stradale, sostenibilità e pianificazione urbana appartengono allo stesso sistema.

Da qui la necessità di mettere in relazione amministrazioni, ricerca, progettisti, aziende di trasporto, associazioni, autoscuole, operatori della formazione e persone con disabilità, condividendo competenze ed esperienze non soltanto per risolvere le criticità esistenti, ma soprattutto per evitare di crearne di nuove.

È forse questo uno dei messaggi più significativi lasciati da City Flows 2026: passare dalla logica dell’adattamento a quella della progettazione. Non intervenire soltanto dopo per eliminare una barriera, ma progettare prima affinché quella barriera non venga creata.

Non una mobilità “speciale” per qualcuno, quindi, ma una mobilità progettata per tutte le persone, a partire anche dalle esigenze di chi è più vulnerabile: persone con disabilità, anziani, bambini e chiunque possa incontrare, temporaneamente o permanentemente, maggiori difficoltà nel muoversi. Perché progettare pensando alle persone più fragili significa spesso progettare meglio per tutti.

Perché mobilità significa autonomia e la vera domanda non è soltanto se una persona possa spostarsi, ma se sia realmente libera di scegliere come e quando farlo.

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