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Cura Italia? Così non si rilancia un’economia alle corde

Cura Italia? Così non si rilancia un’economia alle corde

| il 09, apr 2020

Massimo Corsaro, consulente fiscale di Unasca, nel decreto Cura Italia vede poca economia e molto rafforzamento della filiera sanitaria. L’economia italiana era già alle corde, e rischia di non aiutare le imprese di piccole dimensioni che non sono pronte a ricorrere agli strumenti previsti dal Governo. A partire dall’estensione della cassa integrazione in deroga, la cui procedura non è per nulla agile. A lui abbiamo chiesto di fare il punto della situazione sui provvedimenti governativi per affrontare l’emergenza Coronavirus.

Dottor Corsaro, cosa si può dire agli Associati e agli automobilisti in questa situazione?

«Purtroppo, il contenuto del decreto appare del tutto insoddisfacente per le necessità del comparto economico, ancor più per quello rappresentato da imprese di piccole dimensioni, poco avvezze al ricorso a strumenti che, viceversa, trovano estensione nel testo del Governo. Ciò che esiste, allo stato, è un parziale rinvio delle scadenze fiscali; la possibilità di utilizzare come credito d’imposta il 60% del canone di locazione relativo al mese di marzo per chi conduce l’attività in negozi e botteghe di proprietà di terzi; il ricorso alla cassa integrazione in deroga, aperta in questa occasione anche alle imprese con meno di cinque dipendenti, secondo però una procedura che non si prevede agile, con istanza alla Regione e trasmissione da questa all’Inps, nella speranza di rientrare tra le domande vagliate entro il tetto di spesa. Davvero poco, a fronte di una fase di forzata sostanziale chiusura dell’attività».

Quali misure fiscali o d’altro tipo sono necessarie, a suo parere, per superare le difficoltà del momento relativamente a studi e autoscuole?

«Come tutte le aziende, anche le “nostre” hanno bisogno, più che di dilazioni di breve periodo, di veri e consistenti sconti fiscali e agevolazioni strutturali sul costo del personale, per programmare l’auspicata ripresa dell’attività. Nessuno, nelle condizioni attuali, è in grado di chiedere soldi; ma pretendere che non ne vengano chiesti è davvero il minimo sindacale. In più studi e scuole, già recentemente oggetto di complicate innovazioni in termini di documento unico e assoggettabilità all’Iva, necessitano di disposizioni ad hoc che tengano conto dell’effetto di moltiplicazione dei problemi generato dal rinvio di scadenze e provvedimenti che si cumuleranno, alla ripresa, con gli adempimenti ordinari, finendo per intasare uffici e competenze pubbliche che hanno già mostrato la corda in condizioni ordinarie».

Come giudica i recenti provvedimenti del governo?

«Non vedo provvedimenti salvifici nel decreto Cura Italia, ci sono alcune misure puntuali, che ho già detto. Ma le nostre aziende non possono lavorare, i corsi non si possono tenere, sarebbe folle farlo, e la stessa attività degli studi è pressoché ferma. A questo si aggiungono problemi burocratici relativi alle varie scadenze, alla durata dei certificati e dei permessi, alla validità del foglio rosa eccetera. Anche su questo c’è una prima risposta nel decreto del governo, con il disposto di varie dilazioni al 15 giugno ed al 31 agosto, fatta salva la possibilità di ulteriori rinvii. In questa fase, forse a ragione, la gran parte dei provvedimenti è indirizzata al rafforzamento della filiera sanitaria, quanto a mezzi, risorse e personale. Ma allora sarebbe stato meglio non enfatizzare questo provvedimento come quello destinato a rilanciare un’economia alle corde. E la ciliegina sulla torta, ovvero il prolungamento di ben due anni del termine disponibile per il fisco per accertare l’anno d’imposta 2015, ci poteva proprio essere risparmiata».

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