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Quella volta che in Ferrari mi trovai davanti Mauro Forghieri

Quella volta che in Ferrari mi trovai davanti Mauro Forghieri

| il 18, feb 2021

Intervista a Giovanni Lanati di Enrico Bellinelli

Il cuore diceva motori e la vita ha scritto Motorizzazione. Giovanni Lanati, piacentino classe 1958, dopo il liceo si iscrive a Ingegneria meccanica a Bologna, che lo catapulta nei quadri di una multinazionale americana a Verona. Eppure, la Motor Valley tra Bologna e Modena, suonava un concerto in quattro tempi di Ferrari, Maserati, Lamborghini, Dallara e Ducati. Era il suono di casa, che arrivava sino in riva all’Adige. Un giorno squilla il telefono: il suo ex professore di Macchine dell’Alma Mater gli suggerisce di tentare un colloquio in Ferrari. Sono gli anni di Lauda e Villeneuve. Al colloquio, Lanati si trova davanti Mauro Forghieri, progettista e direttore tecnico di scuderia a Maranello per quasi quattro lustri, durante i quali le rosse conquistano sette titoli costruttori. Un mito.

Si gioca tutto, ma arriva secondo: gli mancava l’esperienza tra bielle e alettoni. Dal 31 dicembre del 2020 è in pensione, dopo una carriera in Motorizzazione civile costellata da una grande attitudine all’innovazione e al movimento. Dalla DGT Nordest, alla DGT Centro, passando per l’Ustif della Lombardia, per chiudersi alla Direzione Generale per la Sicurezza stradale. Con una grande capacità di dialogo con le associazioni di categoria: Unasca in testa. E sempre una passione per le auto, che lo ha portato a fondare un club indipendente di auto storiche a Piacenza, che oggi conta 1.700 iscritti.

«Chiariamo subito una cosa. Quel che ho realizzato nella mia carriera, l’ho fatto assieme ai dirigenti e collaboratori più stretti che ci hanno messo l’anima e che devo qui ringraziare. Puoi avere l’intuizione di implementare i processi informatici, ma poi ti occorrono specialisti preparati».

Dopo l’esordio nella sua Piacenza, lei vince il concorso per dirigente e fa il pendolare a Milano: direzione Ustif, gli impianti fissi.

«E già allora c’era carenza di dirigenti, infatti avevo l’interim per le sedi della Motorizzazione di Cremona, Brescia e Bergamo. A Milano, la mia prima missione fu sullo Stelvio per un collaudo alla funivia del “Trincerone”. Poi le linee delle Ferrovie Nord quadruplicate, i prolungamenti delle linee della Metro, i tram dell’Atm. Un lavoro complesso ed entusiasmante. Nel 2009 mi viene affidata la direzione del Nordest, territorio molto vasto, con le tre sedi a Venezia, Verona e Bologna. Lì inizia una informatizzazione spinta dei servizi».

Iniziativa periferica o ministeriale?

«Fu un’iniziativa dettata da un pragmatismo che mi ha sempre guidato, e cioè che le persone che si presentano agli sportelli sono i nostri veri e propri datori di lavoro. Dunque, la nostra risposta lavorativa deve essere lo spirito di servizio. A Nordest avevo circa 800 dipendenti, ai quali ho cercato di trasferire questa etica del lavoro».

La risposta quale fu?

«Unasca è stata forse l’associazione che più ha capito e appoggiato questa strada, facendo proselitismo tra i suoi associati: convincendoli a rimanere nei loro uffici perché stava nascendo un dialogo attraverso le autostrade informatiche. Si risparmiava tempo, ma soprattutto consentiva una tracciabilità e una responsabilità chiara sul nostro lavoro. Gli uffici via via si svuotano e la risposta diventa più snella e trasparente».

Dopo il Nordest, due anni alla DGT Centro.

«Lì il traguardo più bello fu avere su otto dirigenti, metà donne e per sole capacità professionali. Lo scouting fu mio. Anche lì c’era carenza di dirigenti di seconda fascia, non si parlava ancora di quote rosa».

Infine, la Direzione Generale per la Sicurezza stradale, coronamento della sua carriera.

«Di quell’ultimo periodo ricordo con grande piacere la stesura delle “Linee guida del piano di sicurezza stradale 2030”, documento importante che traccia le linee guida dei prossimi dieci anni cui lo stato dovrà attenersi in accordo con l’Unione europea per dimezzare i decessi da incidenti stradali. Ma c’è uno scenario in continua evoluzione, spesso imprevedibile, come nel caso della diffusione dei monopattini elettrici. Anche su questo tema con Unasca ho trovato piena sintonia. Con Emilio Patella, abbiamo gettato le basi per una collaborazione con l’Amministrazione per un’azione specifica di informazione e formazione rivolta agli insegnanti di scuola guida sulle nuove norme introdotte dall’uso dei monopattini sulle nostre strade».

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